Cina, Yiwu, luglio 2008

Mercato di Yiwu, Cina

Oltre la striscia di sicurezza, Mr. Lì, l’autista mandato dal cliente, si sbraccia agitando un foglio A4 con il tuo nome storpiato in rosso. Prende la tua valigia, sali sulla sua Mazda e vi avviate.

È fra l’aeroporto e Yiwu che nascono le città dormitorio. Milioni di contadini cinesi lasciano le risaie dell’ovest per questi labirinti di plastica; qui costruire un palazzo ha poco senso, si tira su direttamente una città. Lungo la strada conti decine di grattacieli dalle finestre ancora cieche. Chiedi a Mr. Lì.

Lui ride sotto gli occhiali: «Città nuove qui tante! Ma anche tante sulle altre strade!» sventola quattro dita «quattro le strade portano a Yiwu!».

Negli hotel di lusso, al nome di Yiwu i concierge storcono la bocca, ma qui si vende l’ottanta per cento dei prodotti commercializzati nel mondo. È il mercato più grande che ci sia: ogni azienda ha uno stand quattro per tre in cui stipa quello che può, ogni classe di prodotti ha i suoi capannoni e se non bastano si sfonda un muro e si passa in quelli accanto. Sono piccole città: la città dei giocattoli, quella della bigiotteria, quella delle pentole e via così.

Yiwu è un mercato tentacolare dove il soffitto è così basso che lo tocchi con la mano; dove i bambini si rincorrono fra mozziconi e sputi, scansando scatoloni, muletti e lustrascarpe; dove sulle piastrelle dei bagni si aggrovigliano matasse di capelli; dove la gente vende, compra, dorme e forse muore.

 

Terminato il tuo lavoro, prendi un piccolo aereo per tornare a Hong Kong. Al tramonto, sotto di te scorre una fila ininterrotta di quelle che sembravano casette rettangolari: gialle, rosse, verdi, blu, disseminate lungo la costa del Mar Cinese. Anche i cinesi fanno le vacanze al mare pensi scioccamente. Eppure l’oceano davanti brulica di imbarcazioni (troppe per essere da diporto), poi, prima che cali la notte, distingui le gru. Non stavi guardando villette ma cassoni metallici, non navi ma cargo. E baie da carico fino all’orizzonte. Per centinaia di chilometri sorvoli centinaia di banchine e porti commerciali: uno schieramento di container che ti fa pensare alle migliaia di esemplari dell’esercito di terracotta.

Torni a guardare la testiera della poltrona che hai davanti (la scritta “Cathay Pacific”) e pensi di aver capito, finalmente, di cosa parliamo quando diciamo “Cina”.

Ma sbagli ancora: non hai visto nient’altro che un piccolo tratto della costa del Guang Dong.

Dove
Quando
Luglio
2008